Se un medico avesse visitato il piccolo Manuel Francisco dos Santos alla nascita, gli avrebbe predetto un futuro difficile, forse su una sedia a rotelle. Manuel aveva la colonna vertebrale deformata, il bacino sbilanciato e, soprattutto, le gambe storte che sembravano disegnate da un pittore distratto: la sinistra arcuata verso l’esterno e la destra di sei centimetri più corta e rivolta verso l’interno.
Per tutti era solo “Mané”, ma per sua sorella era Garrincha, il nome di un uccellino tropicale, piccolo e bruttino, che preferisce morire piuttosto che vivere in gabbia. E mai nome fu più profetico.
Il Dribbling di Garricha che Sfidava la Medicina
Quando Garrincha arrivò al provino per il Botafogo, i dirigenti sorrisero vedendo quel ragazzo che camminava in modo sbilenco. Ma appena gli diedero un pallone, il sorriso si trasformò in shock. Mané puntò il difensore più forte dell’epoca, Nilton Santos, e lo saltò con una naturalezza mai vista. Nilton, invece di arrabbiarsi, disse: “Prendetelo subito, io uno così non voglio averlo contro”.
Il segreto di Garrincha era proprio nelle sue gambe storte. Nessun difensore poteva capire da che parte sarebbe andato, perché il suo corpo sembrava indicare una direzione e le sue gambe un’altra. Era l’imprevedibilità fatta persona.
“João”, il difensore universale
Per Garrincha, il calcio non era tattica, era puro divertimento. Non gli interessava chi avesse davanti. Per lui ogni difensore non aveva un nome: chiamava semplicemente tutti “João”.
Durante i Mondiali del 1958, i medici della nazionale brasiliana lo sottoposero a dei test psicologici. Il verdetto fu impietoso: “Garrincha è un debole di mente, non ha spirito di squadra, non può giocare”. Il tecnico Feola, fortunatamente, ignorò il test. Risultato? Garrincha e Pelé trascinarono il Brasile alla vittoria. In finale, Mané distrusse la difesa svedese con la stessa spensieratezza con cui giocava nei campetti di terra battuta a Pau Grande. Ed entrò di diritto tra i più grandi calciatori del Brasile.
Garrincha, l’angelo che non sapeva di aver vinto
C’è un aneddoto che spiega chi fosse Garrincha meglio di mille statistiche. Dopo la finale del Mondiale del 1958, mentre i compagni piangevano di gioia e festeggiavano, Mané appariva quasi annoiato. Chiese a un dirigente: “Ma dobbiamo giocare anche il ritorno? Quando finisce questo torneo?”. Non aveva capito che quella era la partita più importante del mondo. Per lui, era stata solo un’altra domenica passata a saltare degli “João”.
Il triste tramonto dell’uccellino
Garrincha era l’allegria del popolo (A Alegria do Povo). Ma dietro i suoi dribbling si nascondeva un uomo fragile, che non sapeva gestire la fama e che trovava rifugio in una bottiglia di cachaça. Mentre Pelé diventava un’icona globale e un uomo d’affari, Garrincha restava quel bambino dalle gambe storte che voleva solo far ridere la gente.
Morì in povertà, dimenticato da molti ma non dal suo popolo. Sulla sua lapide a Rio de Janeiro c’è scritto: “Qui riposa in pace colui che fu l’allegria del popolo – Mané Garrincha”. È stato l’unico calciatore della storia a non aver mai avuto nemici, perché era impossibile odiare un uomo che non giocava per vincere, ma per regalare un attimo di stupore a chi lo guardava.


