Nel mondo del wrestling WWE, esiste un patto non scritto tra l’atleta e il pubblico: “Sappiamo che l’esito è deciso, ma vi promettiamo che il dolore sarà reale”. Il 28 giugno 1998, a Pittsburgh, quel patto fu firmato col sangue.
Mick Foley, che quella sera lottava sotto la maschera del folle Mankind, sapeva di non avere l’agilità dei suoi colleghi o il fisico scultoreo dei campioni da copertina. Ma aveva qualcosa che nessun altro possedeva: una soglia del dolore sovrumana e il desiderio viscerale di regalare ai fan qualcosa che non avrebbero mai dimenticato. Quello che accadde durante il match Hell in a Cell contro The Undertaker, però, andò oltre ogni logica sportiva.
Il volo nel vuoto di Mick Foley a Hell in a Cell
La gabbia d’acciaio era alta quasi cinque metri. Prima ancora che il match iniziasse ufficialmente, i due erano già sulla cima, in bilico sopra il ring. All’improvviso, il mondo trattenne il fiato: The Undertaker scagliò Foley giù dal tetto della gabbia.
Mankind volò per cinque metri, schiantandosi sul tavolo dei commentatori che andò in frantumi. Il commentatore Jim Ross urlò una frase diventata iconica: “Buon Dio, lo ha ucciso! È stato spezzato in due!”. Non era un copione. In quel momento, arbitri, medici e persino i dirigenti nel backstage pensarono che la carriera (o la vita) di Foley fosse finita lì.
Il miracolo (e il secondo disastro)
Mentre veniva portato via in barella, Foley fece qualcosa di folle: scese, si liberò dei medici e, con un sorriso sinistro e il volto insanguinato, si arrampicò di nuovo sulla gabbia.
Ma il destino aveva in serbo un altro scherzo atroce. Durante una mossa sul tetto della cella, una maglia d’acciaio cedette. Foley non doveva cadere di nuovo, ma la gabbia si spezzò e lui precipitò per la seconda volta, schiantandosi stavolta direttamente sul ring. La forza dell’impatto fu tale che una sedia gli cadde sul viso, facendogli perdere un dente (che finì nel suo naso) e causandogli una commozione cerebrale devastante.
Perché Mick Foley lo ha fatto?
Chiunque si sarebbe fermato. Ma Foley restò nel match. Finì l’incontro tra le puntine da disegno sparse sul ring, subendo la mossa finale di The Undertaker prima di perdere.
Quando tornò nel backstage, la prima cosa che chiese al “Becchino” non fu un medico, ma: “Abbiamo usato le puntine da disegno?”. Era così stordito da non ricordare nemmeno gli ultimi dieci minuti di agonia. The Undertaker, una leggenda del wrestling nota per non uscire mai dal suo personaggio oscuro, lo guardò con un rispetto quasi mistico.
Il folle volo dalla gabbia di Mick Foley
Quella notte, il wrestling cambiò. Foley non vinse la cintura, ma vinse l’immortalità. Dimostrò che dietro le luci della ribalta e le trame scritte, ci sono atleti che mettono in gioco tutto per un istante di gloria.
Oggi, quel match è considerato il più famoso della storia della WWE, non per la tecnica, ma per il cuore di un uomo che decise di diventare un martire del ring. Mick Foley ha pagato quella notte con dolori cronici che lo accompagnano ancora oggi, ma per i fan rimarrà sempre l’uomo che cadde all’inferno e si rialzò col sorriso.


