Fino a che punto un atleta può arrivare per raggiungere l’immortalità olimpica? Un’idea possiamo averla nell’estate del 1980. I Giochi Olimpici di Mosca si aprirono in un clima di tensione geopolitica asfissiante. Il blocco occidentale guidato dagli Stati Uniti aveva boicottato l’evento in segno di protesta contro l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Per i padroni di casa dell’URSS e i loro alleati più stretti, vincere era un dovere patriottico assoluto imposto dai vertici del regime. In questo teatro di ossessione agonistica, la squadra di ciclismo della Germania Est (DDR) affrontò la prova in linea su strada con un piano che andava ben oltre la tattica di gara. Un piano orchestrato nell’ombra e basato su una coincidenza genetica straordinaria: l’esistenza dei gemelli Boris.
Il piano dei gemelli Boris: due corpi, una sola corsa
Duri, infaticabili e cresciuti secondo i rigidi canoni del sistema sportivo della DDR, i fratelli Jan e Janusz Boris condividevano un legame simbiotico e una somiglianza fisica spaventosa. Erano praticamente indistinguibili. Stessa altezza, medesima postura sulla bicicletta, identica pedalata e persino lo stesso taglio di capelli nascosto sotto il caschetto da corsa. Il percorso della maratona ciclistica di Mosca prevedeva un circuito massacrante da ripetere più volte, caratterizzato da strade di campagna e asfalto sconnesso. E, soprattutto, una fitta boscaglia che tagliava fuori gran parte della visibilità per i giudici di gara e per le poche telecamere dell’epoca. Fu esattamente in quella zona d’ombra che prese vita l’inganno.
La sostituzione dei gemelli Boris
Janusz, il più resistente dei due sulle lunghe distanze, partì regolarmente con il gruppo, rimanendo coperto nelle retrovie per non attirare attenzioni e faticando per i primi 100 chilometri. Nel frattempo Jan, dotato di uno spunto velocistico decisamente superiore ma meno incline alla tenuta sulla distanza, attendeva nascosto all’interno di un furgone della squadra medica parcheggiato nel bosco. Al settimo giro, sfruttando la confusione di una scivolata di gruppo e la totale assenza di motociclette di controllo in quel settore, Janusz entrò in scena. In meno di venti secondi avvenne il “cambio della guardia”: Jan indossò la maglia sudata del fratello, prese la sua bicicletta e si rigettò nella mischia con le gambe fresche e a riposo, mentre il gemello esausto veniva nascosto sotto le coperte del furgone.
Il traguardo della discordia e il sospetto eterno
Negli ultimi trenta chilometri, la freschezza atletica di quello che tutti credevano essere lo stesso corridore partito ore prima fece saltare il banco. Jan, spacciandosi per il fratello, iniziò a imporre un ritmo insostenibile per gli avversari, distruggendone la resistenza poichè ormai stremati dalle ore passate sotto il sole. Sul rettilineo finale, il finto Janusz si impose con una volata imperiosa, tagliando il traguardo a braccia alzate e conquistando un oro olimpico che sembrava il coronamento di un sogno. Tuttavia, i dubbi sorsero quasi immediatamente. I corridori arrivati sul podio notarono che il vincitore non aveva nemmeno il fiatone, la sua pelle non mostrava i segni della fatica e le sue vene non erano dilatate dallo sforzo della corsa.
Le Proteste per la Truffa svelata solo anni dopo
Nonostante le proteste e i sospetti sussurrati nel villaggio olimpico, la mancanza di riprese aeree e la scelta dei controlli sovietici di blindare i laboratori e i referti della DDR impedirono di raccogliere prove schiaccianti nell’immediato. La verità sul “cambio” nel bosco emerse solo molti anni dopo, in seguito alla caduta del muro di Berlino e all’apertura degli archivi sportivi della Germania Est. Lasciando al mondo della storia dello sport il ricordo della truffa più ingegnosa, audace e rocambolesca mai vista su due ruote.


