L’Italia del 1924 era un posto dove le donne non avevano diritto di voto, non potevano indossare i pantaloni senza far gridare allo scandalo e, men che meno, potevano sognarsi di competere nello sport professionistico. Il ciclismo, poi, era una faccenda per soli uomini: una tortura di centinaia di chilometri su strade che erano poco più che mulattiere piene di sassi, fango e polvere, da affrontare con biciclette d’acciaio pesanti venti chili e senza cambi.
In questo scenario da tregenda si presentò una ragazza emiliana di trentadue anni, nata in una famiglia di contadini poverissimi, con una sola, immensa ossessione: pedalare. Il suo nome era Alfonsina Morini, coniugata Strada.
Un errore di ortografia che cambiò la storia
L’iscrizione al dodicesimo Giro d’Italia avvenne grazie a un misto di disattenzione degli organizzatori e genialità burocratica. Il direttore della Gazzetta dello Sport, Emilio Colombo, si trovava con un Giro boicottato dai grandi campioni dell’epoca (come Costante Girardengo) per questioni di ingaggi. Aveva bisogno di storie, di colore, di qualcosa che attirasse il pubblico. Alfonsina spedì la sua domanda d’iscrizione e i commissari di gara, vuoi per distrazione, vuoi per tornaconto pubblicitario, registrarono quel nome troncando l’ultima lettera: “Strada Alfonsin“. Quando i giornali si accorsero che dietro quel misterioso ciclista senza squadra si nascondeva una donna, la carovana era già pronta a partire.
Il “Caimano” in gonnella tra fango e cadute
Il gruppo dei ciclisti maschi la accolse tra il riso ironico e lo scetticismo, affibbiandole il soprannome di “Caimano”, un termine che all’epoca indicava chi mostrava una grinta feroce ma sgraziata. Alfonsina però non era lì per fare la comparsa. Tappa dopo tappa, mentre decine di uomini si ritiravano stremati dalle fatiche immani di quel percorso, lei restava in sella.
La sua impresa divenne un calvario epico durante la tappa L’Aquila-Foggia. Il maltempo si abbatté sulla corsa con una violenza inaudita: pioggia torrenziale, vento forte e fango che bloccava le ruote. Alfonsina cadde più volte. In una di queste rovinose scivolate, il manubrio della sua bicicletta si spezzò in due.
Un manico di scopa come manubrio!
Isolata e senza ammiraglie a sostenerla, una persona normale si sarebbe seduta a piangere a bordo strada. Lei invece bussò a una casa di contadini, rimediò un manico di scopa, lo spezzò a metà e lo incastrò nel metallo per ricostruire un punto d’appoggio di fortuna. Arrivò a Foggia a notte fonda, abbondantemente fuori tempo massimo, con le ginocchia sbucciate e le mani insanguinate, ma accolta da una folla oceanica che la attendeva al buio come se fosse il vincitore.
La squalifica e il prosecuzione fuori gara
Il regolamento del Giro parlava chiaro: chi arrivava fuori tempo massimo veniva escluso dalla competizione. I giudici di gara si riunirono d’urgenza. Da un lato c’era la rigidità del codice sportivo, dall’altro l’incredibile ritorno d’immagine: l’Italia intera comprava i giornali solo per sapere se “il Caimano in gonnella” ce l’aveva fatta anche quel giorno.
Emilio Colombo intuì il capolavoro d’opinione pubblica e scese a compromessi: Alfonsina venne tecnicamente squalificata dalla classifica generale, ma le fu concesso di continuare a correre tutte le tappe successive fuori gara. Il direttore del Giro si offrì persino di pagarle di tasca propria le spese per gli alberghi e i massaggiatori pur di non perdere l’attrazione principale del torneo.
Alfonsina Strada scrive la storia al Giro 1924
Alfonsina Strada completò quel Giro d’Italia del 1924 fino all’ultima tappa di Milano. Su novanta partiti da Milano tre settimane prima, solo trenta tagliarono il traguardo finale. Lei era tra quei trenta. Aveva percorso 3.613 chilometri di puro inferno, dimostrando che la resistenza biologica e la testa non hanno sesso. Negli anni successivi le fu vietato di iscriversi nuovamente, ma il muro del maschilismo sportivo italiano era stato ufficialmente preso a spallate da un manubrio fatto con un manico di scopa.


