Se pensate che lo sport di inizio Novecento fosse una culla di sani valori deacubertiniani, fair play e romanticismo, la maratona dei Giochi Olimpici di Saint Louis 1904 vi farà cambiare idea in un secondo. Quella gara non fu una competizione atletica, ma un esperimento di sopravvivenza al limite del sadismo. Il percorso si snodava tra colline spezzatutto, l’asfalto non esisteva e il passaggio delle auto dei giudici sollevava nuvole di polvere calcarea che intasavano i polmoni dei corridori. Per completare il quadro, la temperatura sfiorava i 35 gradi all’ombra e l’acqua era disponibile in un solo punto lungo tutti i 40 chilometri. Fu senza dubbio la corsa più folle della storia.
L’Inferno della Maratona di St. Louis
In questo scenario apocalittico, dove gli atleti stramazzavano al suolo uno dopo l’altro (il vincitore ufficiale, Thomas Hicks, fu trascinato al traguardo dai suoi assistenti dopo essere stato imbottito di stricnina, albume d’uovo e brandy come “ricostituente”), un uomo decise che correre a piedi era decisamente superato. Quell’uomo era Fred Lorz, un muratore di New York con un gran senso dell’umorismo e pochissima voglia di sputare sangue.
Il miracolo del chilometro 14
Lorz, che pure era un atleta decente ed era arrivato quinto alla maratona di Boston pochi mesi prima, capì subito l’andazzo. Al quattordicesimo chilometro, devastato dai crampi e soffocato dalla polvere, decise che ne aveva abbastanza. Si accostò a bordo strada, alzò il pollice e salì a bordo della vettura del suo allenatore, che lo stava seguendo lungo il percorso.
Mentre gli altri concorrenti rischiavano letteralmente la vita tra deliri da disidratazione e collassi polmonari, Lorz si godette il panorama, salutando il pubblico e rinfrescandosi grazie al vento che entrava dai finestrini dell’auto in corsa. La vettura macinò chilometri su chilometri, superando quasi tutti i corridori agonizzanti.
Il colpo di scena: l’auto si rompe!
Poi, il colpo di scena della sorte: a circa otto chilometri dal traguardo, il motore dell’auto andò in panne. Un comune mortale si sarebbe nascosto per la vergogna. Lorz no. Ormai riposato, fresco e rigenerato, scese dalla vettura con un sorriso a trentadue denti, si rimise a correre a passo spedito e si diresse verso lo stadio olimpico.
L’incoronazione, e poi la gogna
Lorz entrò nello stadio da trionfatore solitario, accolto dal boato dei cinquemila spettatori presenti. Il pubblico era in estasi per quel corridore americano che aveva stracciato la concorrenza. Alice Roosevelt, la figlia del Presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt, scese personalmente in campo, gli piazzò la corona d’alloro sulla testa e si mise in posa per la foto ufficiale prima della consegna della medaglia d’oro. L’idillio durò pochissimo.
Proprio mentre Lorz stava per ricevere la medaglia, tra la folla spuntarono alcuni spettatori e giudici di gara che lo avevano visto scendere dall’automobile pochi minuti prima. Gridarono alla truffa. Messo alle strette, Lorz non si scompose minimamente. Con una flemma memorabile, dichiarò che si era trattato solo di uno “scherzo”, che non aveva mai avuto intenzione di tenere la medaglia e che voleva semplicemente divertire il pubblico.
La squalifica di Fred Lorz e la vittoria del 1905
La Amateur Athletic Union (AAU) non colse l’ironia e lo squalificò a vita da qualsiasi competizione. Tuttavia, Lorz era un corridore vero e, dopo aver presentato scuse formali, la squalifica venne revocata l’anno successivo. Per dimostrare al mondo che le gambe le aveva davvero, nel 1905 vinse la Maratona di Boston in modo assolutamente regolare, senza l’aiuto di nessun motore a scoppio. Ma per la storia rimarrà sempre l’uomo che provò a vincere le Olimpiadi sfrecciando in auto.


